empathy for the devil – parte 3

intrappolato. non so nemmeno se sia la parola giusta o l’unica buona ma è una delle conseguenze degli opposti. il problema inverso rispetto alla totale assenza è l’eccesso di empatia. essere ultraempatici non significa non sbagliare o essere indenni dall’inappropriatezza, bensì vuol dire vivere male due volte gli errori e le mancanze, proprie e non. significa vivere spesso le vite degli altri, anche se solo per brevi istanti o porzioni, anche di chi non sceglieresti. significa essere immobilizzati per alcuni momenti, appiccicati dentro una ragnatela. oppure ci si può sentire come la pallina di un flipper, tutt’altro che fermi, tirati da una parte e dall’altra senza una volontà precisa. è un movimento immobile, perché non avviene muscolarmente, sono gli altri a calamitarti. l’ultraempatia è una strana arma, ti permette di capire gli individui, di connetterti a loro ma talvolta smarrendo la lucidità e l’oggettività dell’osservatore a distanza di sicurezza. non è una questione di sensibilità, secondo me, ma – appunto – di movimento.

c’è chi va avanti – quelli che ammiro.

c’è chi va indietro – quelli che mi stancano.

c’è chi rimane fermo – questi.

gli ultimi però possono cambiare e lo fanno – tutti – perché è una mera questione di sopravvivenza, solo che si tratta di un processo faticoso e nel mentre si sedimenta una memoria difficile da cancellare. si forma un archivio, una seconda amigdala che resterà per sempre.

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