No Future

è da molto tempo che mi pongo domande sulla politica. oggi, nel 2020, in italia continuo a non sentirmi rappresentato da nessuno fino in fondo e questo mi provoca un’inguaribile frustrazione. questa, a sua volta, mi forza ad interrogarmi sul disagio che provo. non penso di essere il solo. penso però di essere uno dei pochi (in relazione a tutta la popolazione, non in senso assoluto) a cercare delle risposte.

è complesso definirsi perché non esistendo una rappresentanza non riesco a identificarmi negli occhi degli altri o in una visione riconoscibile. è come se mancasse una comunità, uno spazio dove tra persone ci si ri-trova continuamente, per non perdersi nemmeno nelle incertezze.

eppure quando penso a cosa farei io se fossi nelle condizioni di decidere vedo delle mosse che dovrebbero essere scelte facili, per chi, se non vuole definirsi di sinistra, può quantomeno sistemarsi in un’area opposta rispetto al nazionalismo, al sovranismo e al liberismo spinto. eliminiamo parole come socialismo, comunismo e sinistra e mettiamone una nuova, diversa che liberi le prospettive future dal cappio ostile del passato remoto. neoprogressismo anzi social-not-work, che è una parola che non ha senso, serve solo da passpartout.

se io fossi il segretario nazionale del snw come primo punto vorrei che ci fosse uno statuto che indicasse un ipotetico punto di arrivo. qual è il progetto che ci muove? quale società vogliamo creare insieme? in che condizioni vorremmo vivere? che città vogliamo lasciare in eredità alle generazioni che verranno? bisogna rispondere a domande come queste per stabilire dei principi, per riconoscersi in dei valori. bisogna avere una visione per poterla perseguire.

non esiste risposta a quelle domande se non siamo in grado di usare l’immaginazione. non esisteranno risposte – vere – a quelle domande se non ritroveremo la capacità di disegnare dei futuri; se non impareremo a riconfigurare il presente declinandolo in alternative impensate, in possibilità. è più corretto dire che non esisteranno risposte diverse da quelle che permeano l’oggi e costituiscono il principio di realtà assoluta.

le città sono così. le modalità lavorative sono queste. la definizione del tempo personale è quella. la divisione delle risorse anche e il bilanciamento tra poteri pure.

così via scivolando dall’immagine globale fino a ritrovarci in ciò che stiamo facendo in questo istante, che è uguale a ciò che abbiamo fatto ieri e faremo domani. viviamo una sorta di tempo unico. i cambiamenti riguardano il singolo individuo e sono sempre più insignificanti nel quadro generale. ci siamo abituati a identificare i ragionamenti politici come interventi necessari per risolvere le emergenze, continue e sempre più disperate. è normale sia così perché non esistendo un piano organico che trasporti le persone verso un ecosistema nuovo, pensato e progettato non si può fare altro che mettere toppe nelle falle di una struttura sempre più vecchia e usurata. il problema è che quelle pezze cominciano ad essere inconsistenti. ci arrivano segnali sempre più chiari.

  • stiamo consumando tutto ciò che è intorno a noi. stiamo fagocitando le riserve della natura e nel caso qualcuno non se ne fosse accorto il globo ha dei limiti mentre la produzione in diretta h24, con consegne immediate, ha bisogno di espandersi senza sosta. non può restare uguale al giorno prima perché altrimenti non sosterebbe i suoi stessi costi. deve conquistare un altro pezzetto di territorio, instillarsi in altri luoghi, arrivare più in là, vendersi ancora e nel farlo consuma di più. consuma cose e persone. spazi e tempo.
  • gli squilibri economici sono sempre più assurdi. i numeri sono talmente grandi da aver perso comprensibilità e se sono sono troppo lontani da noi non riusciamo a percepirli, né come giusti né come sbagliati, sono semplicemente fuori dalla nostra portata e quindi dai ragionamenti. povertà e ricchezza sono dei concetti di massima su cui abbiamo smesso di ragionare anestetizzati da una realtà politica che ha spostato di lato temi che dovrebbero essere il perno di ogni discorso.
  • le disparità tra persone restano enormi. le condizioni di accesso alla verticalità delle strutture lavorative e gli stipendi sono ancora differenti tra uomo e donna e lo sono in maniera esplicita, non c’è alcun tentativo di dissimulare la realtà di fatti. perché? perché questo sistema sa conservarsi in maniera autonoma e concede piccoli cambiamenti per non cambiare mai davvero. se chiedete a chicchessia perché a parità di funzione un uomo guadagni più di una donna, quella persona non potrà che rispondere che si tratti di un’ingiustizia, che non può e non dovrebbe essere così, eppure passano gli anni e tutto si conserva in maniera più o meno sempre simile. a meno di non credere alla genetica come fattore in grado di influenzare le capacità di ragionamento e le competenze future, non esiste alcun motivo per cui i posti dove risiede il potere siano in larga maggioranza di proprietà degli uomini. non esiste un motivo logico se non una continua opera di preservazione del diritto all’ereditarietà delle opportunità. come se si trattasse di qualcosa scritto nel dna della storia, come se fosse un elemento acquisito e inalienabile e non una scelta che si perpetua.
  • esiste un’avversità istituzionalizzata al libero incontro tra persone provenienti da storie, nazioni e passati diversi. oggi è lecito trovarsi solo se vengono rispettate le consegne, solo se si da per assodata la tutela della natura territoriale, solo se l’incontro soddisfa i requisiti imposti. ordine, limiti, definizioni sono strumenti per mettere in sicurezza la collisione tra culture diverse. il rischio che si aprano nuove prospettive viene minimizzato, ridotto e tradotto in lingua patria. vengono profusi sforzi per far sentire in colpa chi cerca di conoscere l’altro altro, chi si trova oltre i confini della cultura ammessa e permessa. il disordine mette paura, non tanto perché potrebbe generare crimini ma perché potrebbe far nascere pensieri confusi, alternativi, quelli sì pericolosi per chi scommette ogni giorno sulla stabilità, sulla noia, sull’ovvio.

potrei continuare perché esistono molti elementi malfunzionanti. siamo dentro una macchina che si muove per inerzia dove in pochi si interrogano sulle spie accese mentre i più continuano a stare seduti come passeggeri distratti, persi nei problemi. siamo tanto schiacciati dalle pressioni indotte del giorno dopo giorno che non è più un’azione spontanea fermarsi a mettere in discussione le opzioni. anzi tendiamo a sentirci in colpa quando trasferiamo le responsabilità verso una mancanza. siamo spesso a disagio e insofferenti ma il mirino è puntato sulla prossimità, su ciò che vediamo e possiamo toccare, sul personaggio del momento, sulla replica di turno.

ecco perché diventa essenziale rispondere a domande semplici come quelle scritte più su. bisogna condividere quegli interrogativi e cercare insieme delle risposte partendo dal sanare tutto quello che è sicuramente sbagliato. aggiustare ma in un contesto diverso perché è illogico correggere quegli errori dentro un sistema destinato a collassare. rischiano di essere energie preziose sprecate. dovremmo trovare la forza di concederci all’immaginazione, all’atto sovversivo di vederci in città diverse, immersi in reti di relazioni ancora inesistenti, avendo a che fare con concetti di tempo non ancora testati. non ha senso aspettarsi che dall’alto cali un nuovo mondo, non può, e non deve, esserci una singola persona in grado di trasferirci altrove per mezzo di una miracolosa illuminazione. il nostro ateismo dovrebbe essere ancor prima politico che religioso. non esiste e non esisterà mai un solo uomo-dio capace di tradurre questo presente in dei futuri diversi. è una responsabilità collettiva, un impegno diffuso. il primo sforzo dovrebbe essere quello di trovare i nuovi luoghi e i nuovi mezzi dove ricominciare a dialogare.

è fondamentale partire da un visione sia per vedere chiaramente ciò che si vuole distruggere ma soprattutto per anelare a tutto quello che si deve costruire. la furia rottamatrice non ha il respiro lungo. non ha chiaro cosa debba venire dopo. la fase dell’abbattimento non produce alcun cambiamento ma solo una soddisfazione rabbiosa e fugace e la sostituzione del colpevole.

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