okkupazione

sono giorni di relativa tranquillità a lavoro. ho una scadenza di enorme importanza da seguire ma tutto il resto procede lentamente. così mi ritrovo in una zona emotiva unica di ansia e noia.

avrei tempo per scrivere ma la verità è che non sono più cosa. sono giorni che sto ripensando a quale sia il mio ruolo nelle vite degli altri. non c’è dubbio che l’esperienza online abbia modificato tantissimo il mio modo di relazionarmi. è stata una scuola dura – forse troppo (credo che questa percezione non sia univoca, anzi possa cambiare molto a seconda di come ci si sia arrivati, anni fa, in rete). certo nel frattempo sono anche trascorsi anni e la famiglia, le esperienze, il lavoro, insomma quella cosa chiamata vita ha formato e trasformato tutti noi. è difficile ri-conoscersi in quello che si è diventati rispetto a come ci sentivamo 18/19 anni fa e come ci immaginavamo allora. non parlo di risultati ottenuti ma di come siamo visti.

ma se è vero che gli altri sono uno specchio nel quale ci riflettiamo e ci percepiamo, credo sia importante capire chi vorremmo essere per loro. per noi.

ancora non lo so.

so però chi – non – voglio essere per gli altri e cioè chi dice “sai quella cosa che a te piace tanto, ecco guarda bene che fa schifo. capra.” – possiamo avere gusti diversi ma perché venire a portare negatività in un momento di felicità? qual è la soddisfazione?

qualcuno potrebbe sostenere che quella frase, faccia parte del confronto e che la condivisione, oggi, debba essere completamente aperta alla discussione. questa convinzione è una tesi che mi tormenta, ovvero di chi sia la proprietà di ciò che si esterna – pubblica on line. chi ha dei diritti su quello che viene scritto? l’autore o i suoi amici/lettori? è giusto che una conversazione venga presa in ostaggio, dirottata da altri? esiste un confine tra la totale apertura e la mancanza di rispetto? può chi non è l’autore arrogarsi dei diritti diventando autore anch’esso?

secondo me l’assottigliarsi di questi confini e la pretesa di poter legittimamente occupare uno spazio, sono semi, gettati da tempo che oggi stanno dando frutti amari. sembra essere un flusso irreversibile. non so come vada combattuto, so però di non voler far parte di chi invade, di chi non tiene conto del contesto e del momento. di chi pur di affermarsi non rispetta i luoghi, sconfinando, dimenticando la sacralità dell’altro. questo vuol dire accettare il silenzio e devo ammettere che per me non è mai stato un problema.

(nota a margine, l’altro in cui esistiamo non è un passante o il primo che si incontri.)

Commenti

anija ha detto:

“se non hai niente di buono da dire, non dire niente” cit. Mamma di Tippete.

Il tuo discorso esula dall’online e sconfina nella vita vera, dove c’è sempre quel tipo di amico che, per una serie di deprecabili motivi, non riesce a gioire della tua gioia. L’invidia, la necessità di un autolegittimazione, porta questo “amico” a svilire te per alzarsi di uno scalino lui o per tirar giù te in quello in cui sguazza lui.
Sto facendo molti esercizi per sopportare questo atteggiamento. Non lo so se è possibile.

virus ha detto:

esiste indubbiamente anche il fattore invidia ma spesso, secondo me, prevale la voglia di autoaffermarsi. cioè, invado i tuoi spazi per riempirli di me, ho bisogno anche del tuo palcoscenico e del tuo pubblico. il silenzio è una scelta stupenda, devo dire che a me viene facile per cui me la canto e me la suono.

anija ha detto:

Va aggiunto anche che chi si comporta in questo modo non ne è cosciente. Se glielo fai notare, spesso, se ne dispiace. E lo rifà il momento dopo.
Insomma non è una causa effetto diretta, spesso l’effetto esiste solo da me e la causa solo da te, due mondi estranei tra loro.
Io vorrei trovare il modo di far pace con questi atteggiamenti e non avere, quindi, l’effetto.

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